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Don Redento Tignonsini

DON REDENTO TIGNONSINI

IL LIBRO DEDICATO A DON REDENTO

Siamo felici di potervi presentare il libro dedicato a Don Redento Tignonsini edito da LiberEdizioni per la collana «Presente Legame» realizzata e promossa da Confcooperative

Il volume, intitolato «Don Redento Tignonsini – Innovatore sociale» ne racconta la storia e le opere attraverso alcune testimonianze di chi l’ha conosciuto personalmente – Palmina, Francesco, Guido e Cosetta – e con lui ha vissuto e condiviso il suo percorso di sacerdote, missionario in Africa, cooperatore, innovatore sociale e fondatore della Cooperativa di Bessimo ONLUS dagli anni ’60 fino a oggi.

Alcune di tante storie che anche oggi continuano nella scia della sua eredità affidata al presente e, ci auguriamo, al futuro.

PRENOTA QUI UNA O PIÙ COPIE DEL VOLUME!

LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO

La presentazione del volume è stato un momento magico e indimenticabile: grazie a tutti coloro che hanno potuto essere presenti, grazie a chi ci ha seguito in diretta streaming (eravate tanti!!).

E siamo sicuri e certi che anche Don Redento è rimasto con Noi fino alla fine!

Grazie di cuore a tutti! Grazie a Confcooperative Brescia!

Riguarda la diretta dell’evento:

LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO

ALCUNI BRANI DAL LIBRO

Leggi alcuni brani estratti dal testo del libro dedicato a Don Redento:

Giovanna Bussolati «Una delle più belle esperienze degli anni a venire»

Brano tratto dal volume «Don Redento Tignonsini – Innovatore sociale»

Giovanna Bussolati

«Parlare della Comunità di Bessimo a Brescia e provincia ma anche oltre, era come dire Don Redento. Sono molto orgogliosa di esserci stata in quel periodo. Dopo un periodo di lavoro in un’associazione voluta dal quartiere di Brescia che aveva sede in via Berardo Maggi e aveva mutuato dal Ceis il nome. Persone illuminate che lavoravano nel quartiere di via Tosio, via Crispi, via Tebaldo Brusato e dintorni si sono lasciate interrogare dal fenomeno della tossicodipendenza che in quegli anni iniziava a proporsi prepotentemente tra le strade di Brescia.

Redento era reduce da un’esperienza significativa in Africa, solo tra tribù che non conoscevano l’uomo bianco, e anche lì si è fatto amare, torna a Brescia dopo un periodo di studio in Inghilterra. Mi fa piacere ricordare che da quel gruppetto di volontari (Piero Corna, Corrado Luzzago, Mucchetti, Lantieri, Giovanna Giordani Bussolati) del quartiere ha avuto origine con l’arrivo di don Redento di una delle più belle esperienze degli anni a venire.

Il pubblico non aveva ancora preso in considerazione il problema. In Italia pochissime esperienze, anche se molto significative come Don Ciotti a Torino e a Morisengo poi. Dopo i primi mesi di lavoro ci si è resi conto che i colloqui non bastavano e il sostegno morale e vitale neppure, ma che ci sarebbe stato bisogno di una realtà a tempo pieno e da lì nasce l’incontro con don Redento […]»

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Felice Scalvini: «Don Redento, un camuno di grande apertura»

Brano tratto dal volume «Don Redento Tignonsini – Innovatore sociale»

Felice Scalvini

«Ricordo Don Redento come un camuno di grande apertura, quindi una sorta di ossimoro vivente. Nella vulgata bresciana, infatti i camuni sono chiusi, testardi, caratterizzati da una naturale ritrosia per ciò che è nuovo e diverso. E Redento era sicuramente persona non di immediata comunicativa (almeno con noi, coi ragazzi delle comunità la storia era diversa) Ed anche testardo, altrimenti come avrebbe potuto condurre la sfida pionieristica che seppe concretizzare? Ed era sicuramente cauto di fronte a nuove riflessioni e approcci. Ma al tempo stesso le cercava, con un’apertura e una grande libertà di spirito e di intelletto.

Come metodo esercitava l’arte dell’ascolto silenzioso e attento, piuttosto che quella del contraddittorio. Ho memoria del suo modo di partecipare agli incontri della nascente cooperazione di solidarietà sociale. Uno stare appartato anche fisicamente – anche se la stazza non gli era in questo amica – ad immagazzinare informazioni e riflessioni che poi rielaborava autonomamente e che ti ritrovavi dopo qualche tempo tradotte nella sua originale interpretazione. Mi son sempre chiesto se questo suo modo di approcciarsi oltre che della sua indole fosse frutto anche della sua esperienza di missionario in Africa, dove la costruzione di forme di comunicazione richiedeva modalità e percorsi inesorabilmente sincopati. Ma non ebbi mai l’occasione per parlarne con lui. […]»

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Palmina Ghirardelli – «La casa di Bessimo diroccata e pericolante»

Brano tratto dal volume «Don Redento Tignonsini – Innovatore sociale»

«La casa di Bessimo diroccata e pericolante» – Palmina Ghirardelli

«In Valle Camonica, intorno a quel gruppo di ragazzi del quale anche io avevo fatto parte, ha iniziato a cercare di radunare altra gente e ha cominciato a girare ovunque per parlare delle dipendenze, per sensibilizzare e coinvolgere il maggior numero possibile di persone.

Tra questi c’era anche l’allora parroco di Bessimo, don Giancarlo Pianta, che è stata una figura fondamentale nella storia di Redento prima e della Cooperativa di Bessimo poi: il tempo passava e le persone che si radunavano intorno all’energia travolgente di Redento, aumentavano come cresceva il numero di giovani che si trovavano a vivere il disagio della droga. Ci voleva un posto dove accoglierli. Don Pianta, allora, ha proposto a Redento di utilizzare una vecchia casa a Bessimo di proprietà della parrocchia che, al momento, non era utilizzata. Si trattava di un rudere davvero in pessime condizioni, diroccato e pericolante. Ma finalmente c’era un posto da poter chiamare “casa”.

Ricordo perfettamente la prima volta in cui ci sono entrata, vi si accedeva da una porta distrutta dal tempo che si affacciava sul vicoletto che corre dietro alla casa: aperta la porta ci si trovava davanti a una struttura davvero fatiscente e a una scala pericolante – alla quale mancava anche qualche gradino – che conduceva al piano superiore dove c’era qualche camera, per lo più inagibile. Ai nostri occhi, però, era il posto dove avremmo potuto iniziare ad accogliere quei ragazzi che avevano bisogno di un luogo dove affrontare il loro problema.

Ne parlo così oggi ovviamente, al tempo non eravamo molto coscienti di ciò che stavamo facendo, era tutto nebuloso ed embrionale, ma vero e sincero e Redento ci credeva molto. In quel periodo sono iniziati anche i contatti con Giovanna Giordani in Bussolati, l’assistente sociale di Brescia che si è interessata da subito alla causa di Redento e ha iniziato a inviarci qualche ragazzo per provare a fargli fare un percorso a Bessimo. Così è arrivato Celestino, biondo e scatenato e poi Franchino, grande e grosso come una montagna e poi altri che venivano dalla città.

Soldi non ne avevamo anche perché eravamo rientrati da poco dall’Africa e i risparmi erano ciò che erano e non avevamo sovvenzioni o fondi ai quali attingere. Si viveva giorno per giorno: eravamo noi, la casa di Bessimo, le tasche vuote e i ragazzi. La mattina uscivo per andare fare la spesa per il pranzo e per la cena e, ancora oggi, mi chiedo dove Redento riuscisse a trovare quei pochi soldi che mi dava, ma era così, sapeva sempre inventarsi qualcosa per rispondere a un bisogno o per risolvere un problema.

Io non ero una cuoca, facevo ciò che potevo e, principalmente, davo una mano per controllare i ragazzi, per aiutarli e per assisterli mentre Redento ci parlava, cercava di capire perché fossero finiti lì, quale fosse il loro problema, quali fossero le loro esigenze. Era molto importante per lui, voleva scavare dentro quei ragazzi, analizzarli e capire come aiutarli – sempre con il dialogo, con il colloquio, con la parola che era alla base di tutto.

Non aveva competenze specifiche, nessuno di noi le aveva ma si andava avanti un giorno alla volta e ogni giorno se ne imparava una nuova. C’era tanta volontà, tanta voglia di aiutare, sostenere, stare vicino a chi, in quel momento della sua vita, ne aveva più bisogno […]»

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Francesco Zanola – «Là, in fondo, dietro alla cortina di fumo, questo uomo “barbone”»

Brano tratto dal volume «Don Redento Tignonsini – Innovatore sociale»

«Là, in fondo, dietro alla cortina di fumo, questo uomo “barbone”» – Francesco Zanola

«Il 1° dicembre 1980, però, appena compiuti i 19 anni, sono partito alla volta di Bessimo: ricordo come se fosse ieri il momento esatto del mio arrivo, quando da lontano ho visto quella struttura diroccata che quasi cadeva a pezzi e dove, all’interno, c’era un grande stanzone colmo del fumo di sigaretta che riempiva l’aria fino al soffitto. Là, in fondo, dietro alla cortina di fumo, questo uomo “barbone” con accanto l’inseparabile Palmina pronto ad accogliermi.

Tutti mi fissavano, mi guardavano in modo strano anche se, probabilmente, ero io a guardarli in modo ancora più strano contando che, per me, per quel me del 1980, quello era un salto sulla luna dove, dopo averci messo il primo piede, ci ho messo anche l’altro, ho disfatto la valigia e ho iniziato il mio percorso. Io ero l’unico che viveva in pianta stabile in comunità, l’unico del gruppo di ragazzi che aiutava don Redento e che, in quel periodo, era già numeroso: andavo a casa solo nei fine settimana o addirittura una volta ogni due settimane ma, di fatto, ero sempre lì perché era “la comunità”, era il posto dove diventa reale il concetto del “vivere insieme un’esperienza di vita” dove, anche senza grandi professionalità – perché in quel periodo non ne avevamo in termini socio educativi – si portata il proprio pezzo di vita e solo con l’esperienza e con la convivenza, si cercava di aiutare chi aveva qualche problema in più.

All’inizio era una vita in comune che si basava sui principi di aiuto e di accoglienza, non si facevano troppe domande ai ragazzi che arrivavano volontariamente o tramite il passaparola tra genitori e famiglie o, ancora, per mezzo di qualche realtà pubblica che tentava di portare lì qualche giovane, davvero una rarità al tempo. Per me il 1981 è stato un anno sopra le nuvole: io avevo da poco 20 anni e venivo da una situazione famigliare di un certo tipo dove vivevo con mia mamma, mia nonna, mia sorella senza più il nonno e il papà scomparsi prematuramente. Venivo da lì e sono andato in luogo dove sentivo ogni giorno delle storie che lasciavano senza parole, storie di vita e di contesti difficili, impegnativi, esperienze pesanti di droga. Tra di loro don Redento era una figura che aveva l’alone intorno, era molto carismatico, forte ed energico e non solo fisicamente, era una persona che non potevi non amare, che lasciava il segno e che seguivi volentieri perché ti rendevi conto che c’erano testa e cuore, molto cuore.

Se non avesse fatto il prete avrebbe fatto sicuramente il bandito, lo dicevamo ogni tanto come battuta. Ricordiamoci che Redento veniva da un terra aspra, veniva dalla valle Camonica degli anni ’30 e ’40 dove c’erano poche risorse, dove la gente migrava per trovare migliori condizioni come aveva fatto anche mio suocero emigrato in Svizzera per cercare fortuna. Redento era una persona abituata a faticare, a non aver niente di regalato, era duro come la terra che l’aveva visto nascere ma ciò non lo rendeva comunque ostile nei confronti degli altri, non era prepotente, mai aggressivo e, anzi, aveva la capacità di ascoltare tutti anche restando fermo e deciso nelle sue idee. Mi colpiva, a volte, la sua capacità di ascoltare anche discorsi che io, dentro di me, ritenevo pesanti, fuori luogo e decisamente inutili. Sicuramente una persona come ce ne sono poche anche in confronto a oggi, periodo nel quale siamo tutti più “paludati” mentre lui, invece, era più limpido, sincero, trasparente e infatti o lo apprezzavi o non lo apprezzavi.

Ne abbiamo avuto la prova tangibile in un periodo della storia della cooperativa nel quale i rapporti con le ASL si erano intensificati: tra loro c’era qualcuno che lo adorava e qualcuno che non lo poteva vedere. Certo, in quel caso si trattava, forse, di uno scontro ideologico ma sono sicuro che se uno di quei detrattori si fosse fermato ad ascoltare, a conoscere davvero Redento, non avrebbe potuto non apprezzarlo – con tutti i suoi limiti, ovviamente, perché non va santificato o incensato come una divinità superiore, era oggettivamente burbero, però era anche capace di sorridere, non se ne stava lì imbronciato e tutti dovevano rigare dritto in silenzio, no, anzi, era una persona veramente piacevole […]»

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Guido Bertelli – «Il panino per tutti e non l’aragosta per pochi»

Brano tratto dal volume «Don Redento Tignonsini – Innovatore sociale»

«Il panino per tutti e non l’aragosta per pochi» – Guido Bertelli

«Avevo 19 anni ed ero nel pieno della mia giovinezza, della mia spensieratezza. Ero in quel periodo in cui guardi avanti e hai tutto da costruire, da scoprire, da inventare. Incontrare lui è sicuramente stata un’esperienza intensa e lui, per me – e per tutti gli altri -, è stato chiaramente una figura paterna che ha saputo aprirmi le porte di una visione del mondo dove esistono persone da aiutare, persone che avevano bisogno ma anche verso la scoperta del condividere la propria vita in modo ricco, del poter ricevere oltre che dare all’interno delle relazioni con gli altri.

Mi è stato accanto in questa veste di figura paterna anche nei momenti in cui ci sono state delle evoluzioni per le quali io sollevavo una serie di criticità rispetto a come era impostata la cooperativa sociale all’epoca, momenti in cui io e gli altri operatori più giovani e più proiettati verso un’ottica più professionale puntavamo a introdurre nuovi modelli organizzativi che lui, di fatto, non aveva mai considerato. Ricordo di essere stato colui che ha iniziato a cercare di convincerlo che fosse necessario introdurre l’utilizzo di uno schedario per poter procedere con una raccolta di dati – generalità degli utenti, informazioni utili – con ordine e sistematicità.

Da qui siamo passati, anche grazie all’impegno di Francesco (Zanola n.d.r), che all’epoca era appassionato di nuove tecnologie, a una nuova gestione organizzativa che prevedeva l’uso del computer, dei database, dei fogli di calcolo, dei programmi di scrittura, di nuovi strumenti utili per poter lavorare sempre meglio e su questo don Redento ci ha, in qualche modo, assecondati e ci ha lasciati fare nonostante, come in questo caso, ogni tanto andavamo contro alcuni aspetti della sua visione. L’esempio che faceva sempre era più o meno «Il panino per tutti e non l’aragosta per pochi», un concetto che strideva con la nostra richiesta di informatizzare la cooperativa, di introdurre nuovi strumenti terapeutici o nuove figure professionali anche esterne all’interno dei processi perché Redento temeva che questa nuova connotazione potesse far perdere il senso originale dell’intervento che era quello dell’aiutarsi vicendevolmente anche senza grandi strumenti terapeutici.

Su questi aspetti c’è stato un grande confronto che ha fatto nascere una serie di percorsi di insieme nei quali poi Redento ha avuto modo di riconoscere anche l’importanza di evolvere il modello in una struttura più definita e, in qualche modo, ha “digerito” tutti gli standard regionali che sono sopraggiunti negli anni rispetto alla gestione dell’utenza. Per lui è stato un passaggio molto difficile da affrontare, molto faticoso.

Ricordo, per esempio, le soluzioni che Redento riusciva ad inventarsi: considerando che la comunità aveva un numero limitato di posti, per un certo periodo scambiava, a cadenza quindicinale, gli utenti presenti in comunità con altri presenti in appartamenti esterni, raddoppiando di fatto il numero degli utenti in carico, fino a quando i servizi del territorio non sono intervenuti per riportare il numero massimo di utenti a quello stabilito dalle normative. Dobbiamo ricordare che gli anni da missionario in Kenya l’avevano profondamente segnato anche nell’arte “dell’arrangiarsi”, del vivere con fantasia e con estemporaneità le situazioni che si trovava ad affrontare in quel contesto dei primi anni di cooperazione sociale che erano un po’ un “Far west” da scoprire ed esplorare.

Quindi è normale pensare alla sua difficoltà nello stare alle regole definite dalla Regione che aveva un approccio più sanitario rispetto al suo che era decisamente più educativo. […]»

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Cosetta Lazzari – «Per noi era il “vecchio barba”, a volte era affettuoso, altre volte terrificante»

Brano tratto dal volume «Don Redento Tignonsini – Innovatore sociale»

«Per noi era il “vecchio barba”, a volte era affettuoso, altre volte terrificante» – Cosetta Lazzari

«A volte affettuoso, altre terrificante Per noi era il “vecchio barba”, a volte era affettuoso, altre volte terrificante in senso buono ovviamente: anche con me ha insistito tanto perché entrassi nel suo coro, quello di cui dicevo prima, ma visto che ci si arrabbiava molto se le cose non funzionavano, ho preferito restarcene fuori. «Siete delle capre, capre!! Non capite niente! Ma come si fa, come si fa?»… glielo sentivo urlare molto spesso ai cantori, ma non perché fosse cattivo o si volesse imporre, ma ci credeva con il cuore e viveva anche quell’attività con tutta la passione che aveva in corpo.

Era un grande, era veramente una persona di cuore e aveva dei valori di riferimento saldissimi, aveva una fede esagerata, era una persona che definirei davvero “illuminata”. E non lo dico per santificarlo o per descriverlo come persona priva di umanità (ripeto la storia del coro) ma era un prete “reale”, perfettamente calato nella realtà, non era quello che faceva la predica restando in alto sul pulpito, era quello che ti faceva vedere, che parlava con l’esempio anche restando in silenzio. Anche perché sapeva essere molto spiritoso e ti faceva molto ridere, però dentro era serissimo, era una testimonianza vivente, aveva una fede incrollabile e un’empatia indescrivibile. Certo, sembra di volerlo incensare, vero, ma Redento era davvero un’esperienza, era qualcosa che ti restava addosso e che difficilmente riuscivi a lasciarti alle spalle.

Ricordo un aneddoto che, secondo me, spiega molto bene cosa intendo: in occasione di un anniversario, forse del CNCA (il Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza), eravamo andati a Milano per una serie di eventi che riuniva diverse comunità della rete, una di queste conferenze aveva come protagonisti due esponenti di spicco della sinistra italiana, due intellettuali che si sono prodigati in un ragionamento molto complesso, bello e intenso. Alla fine hanno fatto la fatidica richiesta: «Qualcuno ha qualche domanda da fare?» Il primo ad alzare la mano è stato, ovviamente, Don Redento: «Sì, io, ho da farvi una domanda. Vorrei chiedere a voi due ricchi signori di abolirla questa proprietà privata perché sappiate che la terra a nessuno è stata data in proprietà ma tutti in uso».

In quel momento, ho avuto la conferma che per me quello era il mio posto nel mondo: come si fa a pensare di possedere la terra? Come fai a dire che, per esempio, una sequoia è “tua” quando è lì da migliaia di anni prima di te? Era proprio un sistema di vedere la vita che Redento aveva e io penso che, se fosse così, sarebbe un altro mondo […]»

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L'ULTIMA INTERVISTA

Don Redento si racconta nella sua ultima e toccante intervista rilasciata nel 2019.

Un viaggio attraverso la sua vita ricca di esperienze e di avventure dall’infanzia trascorsa con la famiglia in Valle Camonica fino all’esperienza da parroco alla Sacca di Esine.

I ricordi della mamma, del seminario, dell’esperienza di Missionario in Africa, le gioie, le difficoltà, la spiritualità, la cooperativa.

 

CONTRIBUTI PER DON REDENTO

Abbiamo raccolto i tanti contributi ricevuti in occasione della scomparsa di Don Redento: articoli di giornale, servizi tg, video, messaggi, il discorso che il presidente della Cooperativa di Bessimo ha tenuto durante le esequie, il testo dell’omelia di Mons. Tremolada pronunciata durante il funerale e altri materali.

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Don Redento Tignonsini fondatore della Cooperativa di Bessimo ONLUS

Testo di Guido Bertelli, socio della Cooperativa dal 1987

 

don_redento_africaSacerdote bresciano nato a Pian d’Artogne (BS) il 19 ottobre 1933, don Redento dopo un’esperienza come curato in Valcamonica e sette anni di missione africana con il popolo nomade dei Rendille nel deserto del Kenya, rientra negli anni ‘70 a Brescia, una città che insieme alla vicina Verona è pesantemente coinvolta dal fenomeno dilagante della tossicodipendenza da eroina che colpisce anche le fasce più giovani di una popolazione in forte crisi di identità ed attratta dallo sballo nelle sue diverse forme. Don Redento si interessa agli emarginati e tossicodipendenti che sostano in strada concentrando la loro presenza in piazzetta Vescovado ed insieme a un gruppo di volontari con […] continua a leggere

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Don Redento Tignonsini fondatore della Cooperativa di Bessimo ONLUS

Testo di Guido Bertelli, socio della Cooperativa dal 1987

don_redento_africaSacerdote bresciano nato a Pian d’Artogne (BS) il 19 ottobre 1933, don Redento dopo un’esperienza come curato in Valcamonica e sette anni di missione africana con il popolo nomade dei Rendille nel deserto del Kenya, rientra negli anni ‘70 a Brescia, una città che insieme alla vicina Verona è pesantemente coinvolta dal fenomeno dilagante della tossicodipendenza da eroina che colpisce anche le fasce più giovani di una popolazione in forte crisi di identità ed attratta dallo sballo nelle sue diverse forme. Don Redento si interessa agli emarginati e tossicodipendenti che sostano in strada concentrando la loro presenza in piazzetta Vescovado ed insieme a un gruppo  di volontari con il consenso della Curia apre in una casa data in uso gratuito dalla parrocchia di Bessimo di Rogno (BG) una comunità rivolta all’accoglienza di emarginati giovani e adulti anche con forti problematiche di dipendenza da eroina ed alcool. E’ il 29 agosto 1976, la struttura è perlopiù un rudere, la scala di accesso dal primo al secondo piano è crollata, e di conseguenza il primo nucleo di persone (don Redento, alcuni volontari e gli ospiti) si dedica alla sistemazione della casa che diventerà la “Comunità di Bessimo”, prendendo il nome dalla località all’inizio della Valle Camonica da cui la Cooperativa avrebbe poi preso il nome. don_redento_gabbionetaSenza molti riferimenti di esperienze analoghe in tema di comunità terapeutica in Italia (Mondo X apre alla fine degli anni ’60, il CEIS di Roma nel 1971, Comunità Nuova a Milano nel 1973, mentre San Patrignano in Emilia Romagna avrebbe aperto solo nel 1978) e nella totale assenza di servizi pubblici socio sanitari dedicati al fenomeno delle dipendenze (chi fa uso di eroina in quegli anni è a cavallo tra ricoveri ospedalieri per tentativi di disintossicazione e ricoveri in psichiatria) ma con una incrollabile determinazione, la comunità, rivolta inizialmente all’emarginazione giovanile e adulta, si indirizza col tempo verso il fenomeno della tossicodipendenza, che oltre al territorio bresciano si è ormai diffusa anche nel territorio della Valle Camonica e in generale della provincia. don_redento_03Con l’esperienza sul campo don Redento unisce l’accoglienza di persone con problemi di dipendenza da sostanze a numerosi incontri di prevenzione sui territori bresciano e bergamasco, che gli danno modo di raccogliere disponibilità e ambienti per ripetere l’esperienza comunitaria. Dopo la costituzione della Cooperativa Sociale di Bessimo nel 1979, negli anni ‘80 si aprono le comunità di Rogno (BG), Concesio (BS), che essendo vicino alla città è espressamente rivolta al reinserimento sociale  delle persone al termine del loro percorso, Manerbio (BS), Gabbioneta Binanuova (CR), la prima in Italia rivolta a nuclei familiari in cui i partner tossicodipendenti possono realizzare un percorso riabilitativo mantenendo  con sé i propri figli, fino ad allora allontanati dai Tribunali dei Minorenni e collocati temporaneamente presso famiglie affidatarie per essere riaffidati ai genitori al termine del percorso. Pur mantenendo la residenza presso la comunità di Bessimo, in cui è il principale riferimento per gli ospiti, don Redento periodicamente visita tutte le strutture della Cooperativa sociale, che con una visione di partecipazione democratica di tutti al bene comune ha contribuito a realizzare ed a stabilizzare intorno al nucleo degli operatori con il proprio responsabile. don_redento_04Le intuizioni di don Redento relative al reinserimento sociale (in alternativa alle “Comunità di Vita” senza un percorso che terminasse con il rientro della persona nel contesto sociale) ed alla presa in carico dell’intero nucleo familiare (attrezzando strutture appositamente pensate all’intervento genitoriale ed alla presa in carico dei bambini con operatori dedicati alle attività con i minori) costituiscono un chiaro esempio dell’attenzione alla persona e del suo sistema, a fronte di interventi mirati solo ad affrontare i problemi individuali. Dopo l’avvio del Servizio Accoglienza nel 1984 don Redento con i soci della Cooperativa apre la prima comunità femminile a Zanano di Sarezzo, un’altra comunità maschile a Paitone (BS), la seconda rivolta ai nuclei familiari a Pontevico (BS), ed altre comunità sullo stesso modello di accoglienza a Bedizzole (BS), Sale Marasino (BS), Capo di Ponte (BS). don_redento_05Sono anni difficili anche per la comparsa dell’AIDS, che decima la popolazione tossicodipendente soprattutto a causa delle infezioni nell’utilizzo delle siringhe, senza un intervento farmacologico valido nemmeno ad allungare la speranza di vita, rendendo l’intervento in comunità ancora più difficile non avendo molti degli ospiti colpiti dal virus alcuna prospettiva di sopravvivenza. Anche in questo frangente don Redento ha saputo dare speranza o quanto meno infondere la consapevolezza che ogni giorno va vissuto come fosse l’ultimo, nelle relazioni con gli altri e nell’impegno quotidiano. don_redento_06Lo slancio dovuto alla grande richiesta di persone con problemi di dipendenza dalla Lombardia e dal nord Italia continua negli anni ’90 con l’apertura della comunità di Cividate Camuno, la prima per donne tossicodipendenti con figli, a cui seguono Pudiano di Orzinuovi nel 1996 e Gottolengo nel 1999. Altra felice intuizione di don Redento è quella di un intervento non residenziale ma sulla strada rivolta a quelle persone che pur continuando a fare uso di sostanze possono essere ascoltate, ristorate, aiutate ed eventualmente indirizzate verso i servizi sanitari, sociali o terapeutici in base al loro desiderio ed alle loro necessità. Il Progetto Strada di Brescia  nel 1994, quello di Bergamo nel 1997 e quello di Cremona nel 2000 (tutti attivi ancora oggi) sono la concreta testimonianza di questo impegno. Solo al compimento dei 70 anni di età nel 2003 don Redento, ormai certo che la Cooperativa da lui costituita  possa continuare ad operare stabilmente con le stesse finalità di allora, decide di  chiudere il suo ciclo di sacerdote tornando in una parrocchia, per la prima volta come Parroco, alla Sacca di Esine  (BS). don_redento_07Il giorno in cui chiude la sua esperienza con la Cooperativa di Bessimo (27/04/2003) le diverse comunità avevano accolto poco meno di 3.200 persone di cui oltre 1.000 concludevano il loro percorso riabilitativo. Tra gli utenti accolti oltre 1.200 venivano dalla provincia di Brescia (235 di questi dalla città di Brescia). Con il suo entusiasmo quasi 1.900 persone hanno seguito come collaboratori, operatori, educatori, professionisti nell’arco di 27 anni di attività don Redento in questa avventura, ma sono  molti di più i volontari, le famiglie e le persone che hanno potuto sperimentare la felicità di arricchirsi nel fare del bene agli altri, anche quando gli altri sono persone “difficili”, ma non per questo meno meritevoli di sperare in un futuro migliore e di vivere una vita da protagonisti come dovremmo aspirare a fare tutti. Don Redento si è spento la sera del 16 novembre 2020 a causa di un’infezione incurabile al pancreas. Profondamente addolorati, ci rassicura il fatto che stiamo tutti portando avanti con passione quello che lui ha iniziato nel 1976 e che ha permesso di cambiare la vita di migliaia di persone. Il “ciao uomo” che usava spesso don Redento come saluto verso gli ospiti delle comunità è ancora oggi significativo di un intervento dove la persona, pur con le sua difficoltà, va sempre messa al centro dell’intervento e valorizzata nelle sue potenzialità.

Il funerale di Don Redento  – 19/11/2020

Il video integrale del funerale di Don Redento Tignonsini trasmesso da TeleBoario il 19/11/2020. La celebrazione è stata presieduta dal Vescovo Pierantonio Tremolada nel campo sportivo presso l’oratorio della parrocchia della Sacca di Esine (BS).

(riguardalo anche su Facebook)

La veglia funebre per l’ultimo saluto a Don Redento – 18/11/2020

Il video della veglia funebre per l’ultimo saluto a Don Redento Tignonsini presieduta dal vicario generale Mons. Gaetano Fontana presso l’oratorio della Parrocchia della Sacca di Esine mercoledì 18 novembre 2020 alle 18.

* Video registrato dalla community di Facebook degli “Gli amici di Don Redento”.