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Volontariato

Vuoi diventare volontario?

Presso tutte le nostre comunità terapeutiche è possibile prestare gratuitamente attività di volontariato, collaborando al raggiungimento della Mission della Cooperativa di Bessimo: “La Cooperativa sociale di Bessimo, fondata sulla partecipazione democratica dei soci, offre servizi socio sanitari, sociali e percorsi educativi individualizzati accogliendo persone con problemi di dipendenza e minori in difficoltà, al fine di migliorare la qualità della vita, nel rispetto dell’individuo e della collettività.”

All’interno delle strutture della Cooperativa di Bessimo lo spazio d’azione dei volontari è ampio: c’è chi copre un turno di notte e chi offre qualche ora a stirare o rammendare, chi si occupa dell’organizzazione del tempo libero nelle comunità e chi ha compiti educativi e relazionali vicini a quelli di un operatore, chi aiuta a cucinare e chi accompagna i ragazzi e le ragazze ad incontri ed appuntamenti, chi tiene l’orto e chi ospita ed accompagna le persone nella fase di reinserimento.

Se sei maggiorenne e hai qualcosa dentro che senti di poter e voler dare, se desideri donare un po’ del tuo tempo e delle tue energie alle persone che la cooperativa accoglie, non esitare a metterti in gioco e CONTATTACI!

 

C’è molto da fare e quello che potresti fare tu non lo può certo fare nessun altro!

Se sei interessato scrivici a:

  • Cooperativa di Bessimo
    Uff. Volontariato
    Via Casello, 11
    25062 CONCESIO BS
  • o manda una mail a: faraolivana@bessimo.it (Indicare nell’oggetto: “Per Cecilia”).

Puoi chiamare direttamente la Presidente dell’Associazione “Casello 11” Cecilia Trejo al numero della Comunità di Fara Olivana 0363.99.83.24.

I Volontari raccontano

L'esperienza di Tiziano, Paola e Sandro

Tiziano: Insieme alle loro storie, così la mia vita è cambiata

Il dono più grande che ho ricevuto? La mia esperienza di volontariato

Pensavo di averle viste tutte nella vita, poi ho iniziato il mio percorso di volontariato e ho capito che di cose da vedere ce n’erano ancora tantissime.

Nel dicembre del 2007 mi accingevo alla pensione dopo tanti anni di lavoro e avevo già deciso che avrei dedicato il mio tempo ad attività di volontariato, qui nel mio paese (Gottolengo, in provincia di Brescia).

Non sapevo ancora né dove né come, non sapevo se alla scuola materna o alla casa di risposo ma sapevo che l’avrei fatto.

E mentre aspettavo l’ultimo giorno di lavoro, sono stato contattato dall’allora sindaco del paese: «Ciao Tiziano! La Comunità di Gottolengo della Cooperativa di Bessimo ONLUS cerca una persona che possa dare una mano come volontario: che ne dici?».

E così, una sera di maggio del 2008, mi invitarono a cena nella struttura, rivolta a sole donne, insieme a mia moglie per fare conoscenza. Ci sono andato, lo ammetto, con curiosità ma fermo nell’idea che, se non mi fossi trovato bene – e viceversa – non avrei accettato. Era un venerdì. Il lunedì successivo ero già volontario a tempo pieno e da lì in poi non ho più smesso.

La Cooperativa di Bessimo ONLUS si occupa di persone con problemi di dipendenza dal 1976 e l’apporto che i volontari offrono agli operatori e agli educatori è fondamentale: io ho iniziato svolgendo alcune attività in struttura e mi sono sentito da subito molto utile soprattutto perché Anna, la nuova Responsabile della Comunità – che si è insediata proprio quel lunedì nel quale ho iniziato –, ha trovato in me una guida sul territorio a lei ancora sconosciuto.

Dopo qualche giorno di assestamento, ho iniziato ciò che sarebbe diventata la mia vera e propria esperienza di volontariato. Quasi ogni giorno, infatti, partivo da Gottolengo per raggiungere località anche molto lontane – Torino, Milano, Como – nell’ambito degli “accompagnamenti esterni” (spostamenti che gli utenti sostengono per entrare in comunità o per altri motivi legati al proprio percorso di recupero). Quasi ogni giorno ero insieme alle ragazze, le utenti della comunità, e alle loro storie.

Ecco, proprio quelle storie mi hanno cambiato la vita. Ne ho ascoltate tante e altrettante, per un pezzo, le ho vissute con loro. Con quei primi gruppi di ragazze che ho incontrato all’inizio sono ancora in contatto: anche se hanno terminato il percorso di recupero e sono rientrate nella società recuperando appieno la propria vita, mi telefonano per sapere come sto, per scambiare qualche parola, per dirmi che – adesso – va tutto bene.

No, non penso di avere grandi meriti, questo lo lascio dire a loro, penso però che intessere relazioni così profonde non capiti tutti i giorni, capita invece quando si condivide qualcosa di importante, di intenso.

Qualcosa che a me è rimasto, e resta ogni giorno, impresso dentro, nel profondo.

Quasi ogni sabato per tanti anni, io e mia moglie (anche lei volontaria esperta e sempre ben disponibile) abbiamo accompagnato un gruppetto di 7-8 ragazze a messa. Partivamo dalla comunità per raggiungere la chiesa del paese.

All’inizio, per loro, era solo un modo per uscire dalla comunità e cambiare aria, staccare dalla routine, godere della propria libertà anche se – e ci tengo a sottolinearlo – nella comunità, le ragazze sono trattate benissimo, rispettate e sempre libere di scegliere e confermare il proprio percorso di recupero.

Poi, dopo la messa, ho pensato potesse essere bello per loro trascorrere ancora un po’ di tempo insieme e allora ho deciso di portarle a casa nostra dove mia moglie faceva trovare loro una fetta di torta appena sfornata e un bicchiere di aranciata.

Niente di che, certo, era semplicemente l’occasione per stare insieme, per chiacchierare, per condividere con loro un momento all’esterno della comunità, uno spazio che non è «fuga dalla comunità», ma un momento di tempo libero lontano dalla dipendenza. All’inizio per alcune ragazze la vita di comunità in sé non è facile e spesso non ci sono forti motivazioni per affrontare un percorso terapeutico: all’inizio è dura, ma poi è quella fatica che ti restituisce la vita. E questa cosa l’ho capita vivendo con loro quei semplici momenti conviviali.

Nel mio tempo da volontario ho scoperto la tolleranza, ho imparato la pazienza che prima non avevo (si, lo ammetto…ho un carattere «esplosivo») e che, invece, mi ha permesso di affrontarmi e di maturare, ho capito tante cose di me e tante cose degli altri (e ancora ne devo capire).

Certo, di momenti difficili ce ne sono stati tanti. In questi anni tante ragazze ce l’hanno fatta ma altre no e ci hanno lasciati prima del tempo, persone alle quali mi ero sinceramente affezionato e che hanno lasciato un grande vuoto in tutti noi.

Altre hanno tentato di affrontare il percorso ma, all’inizio, hanno fallito ricadendo nell’uso delle sostanze.

Addirittura ci sono stati alcuni casi di utenti che all’esterno della comunità hanno assunto sostanze e sono state male davanti ai miei occhi. Per fortuna si è sempre concluso tutto per il meglio, ma in quelle occasioni tornavo a casa la sera chiedendomi «ma chi me lo fa fare?». Si, perché quelle cose ti restano addosso, ti danno la misura di quanto si possa salire verso il recupero ma anche di quanto si possa cadere sotto i colpi della dipendenza.

Ringrazio mia moglie che mi ha sempre sostenuto ricordandomi quale fosse l’obiettivo e quanto fosse – e io lo spero davvero – utile la mia presenza e il mio apporto in quelle situazioni.

E così ho continuato. Anche a dispetto di ciò che, spesso, amici e conoscenti mi dicevano «Tu sei matto a metterti in mezzo ai tossici!» oppure «ma come fai a fidarti di quella gente?».

Cose alle quali, personalmente, non ho mai dato peso. Un po’ perché non ho mai pensato che le persone con problemi di dipendenza siano «cattive», ma piuttosto persone con un problema da risolvere. Come tutti. E un po’ perché la vita va presa un giorno alla volta: ciò che accadrà, accadrà e quando sarà il momento ne prenderemo atto. Se avessi dato ascolto agli altri, non avrei sicuramente combinato niente.

La mia esperienza di volontariato è la mia esperienza di dono.

Si, quel dono grande l’ho sempre ricevuto io trascorrendo del tempo con quelle persone e con le loro storie.

Paola: Con loro sono cresciuta anche io

Buongiorno, mi presento.

Mi chiamo Paola, ho 51 anni e sono volontaria di supporto a questa Comunità da circa un anno. E’ la mia prima esperienza in questo campo, faccio volontariato anche in altri settori, come il 118. Confesso che l’impatto è stato alquanto traumatico, dopo le prime due settimane pensavo di non farcela, di non resistere.

I nostri ragazzi, in maniera del tutto spontanea e senza che io chiedessi nulla, hanno iniziato a raccontarmi le loro esperienze personali, i loro trascorsi.

Dentro di me percepivo la loro necessità di esternare quasi per sfogarsi, di far uscire e trasmettere il loro vissuto; ritengo che in questi casi la cosa più importante sia saper ascoltare, senza preconcetti o impalcature, solo lasciando la possibilità di capire di essere compresi.

Storie che ti lasciano il segno, difficili da metabolizzare e a volte anche da capire, posso dire quasi impossibili. E’ un vissuto duro, che ti arriva come uno schiaffo in piena faccia ti travolge, dritto in tutta la sua crudezza, ma capisci che per loro è importante, fondamentale condividerlo per cercare di metabolizzalo ed archiviarlo, per metterselo alle spalle. Tuttora non mi sono assolutamente indifferenti ma sono cresciuta anch’io dentro insieme a loro, ho cercato di strutturarmi per reggere l’impatto ed aiutarli.

Le affronto semplicemente in maniera differente, l’esempio, il confronto e la condivisione con le ragazze che lavorano in Comunità sono fondamentali e mi aiutano parecchio, è un percorso di crescita anche personale, interiore, che porta a mettere in discussione anche sé stessi per poter crescer e divenire più forti.

Si diviene, non si diventa, succede progressivamente non da un giorno all’altro. Quello che ti arriva da un giorno all’altro è lo schiaffo, salutare e reciproco, ma che non deve portare all’illusione della crescita immediata come per magia, è un percorso lento e lungo che richiede introspezione e metabolizzazione personale. Altrimenti è destinato a spegnersi tanto velocemente come ti ha colpito e illuso.

Nella mia esperienza di 118 invece, è tutto più facile nella sua velocità. Tu arrivi sul posto, presti le prime cure al paziente, lo stabilizzi quando puoi, tamponi le ferite e lo affidi a medici esperti. Agisci sull’immediato, il tuo scopo è permettere, a chi arriverà dopo, di lavorare in profondità minimizzando i danni del tempo necessario perché se ne prendono carico.

In comunità, al contrario, tu hai a che fare con ferite interne, le peggiori da guarire, che portano segni e cicatrici che non rimargineranno mai. Siamo noi quelli che dobbiamo aiutare loro nel percorso all’interno del proprio io. Ed è la cosa più difficile e stimolante, ma anche quella di maggiore responsabilità.

Entrando nel quotidiano, sono rimasta molto colpita dai momenti di condivisione.

Nelle riunioni di gruppo sono meravigliata per come lo staff affronta i temi e le questioni insieme ai ragazzi. Gli stessi vengono spronati allo scopo di capire loro che la vita non è solo sostanza e alcol, al fine di destrutturare il loro habitus mentale fatto di circoli viziosi che sostengono la dipendenza e permettere loro di aprire gli occhi rendersi conto che la vita è tutt’altro. C’è un mondo fuori, c’è la vita, quella vera.

Vorrei poter dare un consiglio.
Cercate di stare vicino ai vostri figli il più possibile, dedicate gran parte del vostro tempo a loro, giocate insieme, il loro giocattolo più prezioso è il vostro tempo. Hanno bisogno della vostra presenza, del vostro calore. Ora sono delle piccole creature, domani saranno adolescenti, la fase più critica della loro vita per quanto riguarda la strutturazione della personalità.

Io sto cogliendo parecchi insegnamenti di vita.

Per concludere vorrei citare questa bellissima preghiera: “Signore concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare quelle che posso e la saggezza di riconoscerne la differenza.”

Vi abbraccio fortissimo, sono orgogliosa e fiera di essere dei Vostri e di poter essere accettata in questo gruppo.

Vostra Paola
Volontaria della Comunità di Bessimo

Sandro: Ma cosa ci faccio io in Comunità?

Ho conosciuto la comunità di Bessimo nel gennaio 1991 del secolo scorso. Avevo un nipote qui a Bessimo.

Poi un giorno mio nipote mi ha telefonato e mi ha chiesto se io e mia moglie ce la sentissimo di affiancarlo nel suo cammino di rieducazione in comunità.

Non ci ho pensato due volte e ho risposto che ero ben lieto di poter fare qualcosa di concreto per aiutarlo.

Nella mia famiglia sono stato educato alla solidarietà e all’aiuto agli altri e questo fa ormai parte di me. Abbiamo partecipato alla giornata mensile dei genitori poi di seguito ad altri incontri con gli operatori e volontari per conoscere ed approfondire il lavoro da fare.

Nel frattempo Milena, mia moglie, si era accordata con Palmina per aiutarla a stirare ed io la accompagnavo.

Scendevo in laboratorio con i ragazzi a lavorare mentre l’aspettavo. Dopo un annetto, parlando con Don Redento della mia preoccupazione sul fatto che sarei andato in pensione a breve e che, quindi, la mia vita sarebbe cambiata, Redento mi ha prontamente risposto «vieni qui a fare il volontario, vedi anche tu che qui serve aiuto da parte di tutti».

Mi sono preso un po’ di tempo per pensarci su (mi erano state fatte anche altre proposte tra le quali una per una missione in Brasile).

Poi mi sono deciso, ho bussato alla porta del Don e gli ho chiesto: «cosa posso fare qui?».

Tranquillamente, da sopra gli occhiali, mi dice: «Tutto! Abbiamo bisogno di persone che possono portare esperienze di vita positive per testimoniare che la vita vale la pena di essere vissuta da protagonisti e Tu puoi farlo». Gli ho risposto: «Va bene, ti do cinque anni poi vediamo».

Con l’aiuto suo e degli altri volontari soprattutto Bernini oltre che Max, Luciana, Huber, ho iniziato ad accogliere i nuovi ragazzi con le riflessioni del mattino e dei famosi «40 passi» (un libro scritto da Don Redento con 365 pagine di riflessioni – ci svegliavamo ogni giorno alle alle 5.30 per leggere la riflessione e pregare insieme) oltre che naturalmente a svolgere tutte le incombenze (spese, accompagnamenti, manutenzioni varie della casa ecc.ecc).

Passati cinque anni, busso alla porta di Don Redento e gli dico che è scaduto il tempo che ci eravamo dati e lui, con un urlo dei suoi, mi dice: «adesso che hai imparato qualcosa te ne vuoi andare? Te lo dirò io quando sarà l’ora di andartene». Il resto è storia: lui è partito per una sua nuova avventura ed io sono ancora qui dopo 28 anni.

Quando verso la fine anno mi faccio il resoconto di ciò che ho fatto e magari accenno a godermi la mia pensione, visto l’età, i ragazzi e gli operatoria della comunità mi zittiscono “di brutto”: dicono che hanno bisogno ancora di ciò che posso dare, mi trattano come un vaso cinese avvolto nella bambagia.

Mi sa che morirò qui dove ho vissuto un terzo della mia vita e dove ho avuto tanto in maturazione e conoscenza di me stesso rimpiangendo solo di non aver conosciuto prima questo modo di vivere

Alessandro
Volontario della Comunità di Bessimo

Enrico: Voglio raccontarvi cos’è per me essere volontario

Ciao, sono Enrico, volontario della Comunità di Bessimo da qualche anno e vorrei condividere con voi il mio pensiero rispetto al mio essere volontario in Comunità

Essere volontario esterno significa, per me, portare con umiltà e determinazione la voglia di vivere un giorno alla volta. Significa trasmettere la semplicità del vivere una Vita modesta con soddisfazione. Significa mostrare le proprie debolezze e il saperle accettare. Significa affrontare le difficoltà quotidiane e dare loro il giusto peso. Significa trasmettere umiltà che è una delle poche qualità che penetra qualsiasi corazza. Significa sentirsi utili e considerare questo posto una famiglia.

Grazie Enrico.
Volontario nella Comunità di Bessimo